Corbetta 22 marzo 2025 – Benessere e disabilità: tra sport e bellezza

Intervento di Antonio Capoduro
Buongiorno a tutti,
ringrazio gli organizzatori per avermi invitato e spronato ad essere presente a questo importante convegno, nonostante in questo periodo sia in difficoltà fisica e mentale.
Il mio intervento ha come titolo: “Benessere e disabilita: tra sport e bellezza”, perché ritrovo nello sport e nella bellezza i presupposti per generare benessere fisico e mentale in tutte le persone, in particolare alle persone con disabilità. Lo scopo del mio intervento è quello di dimostrare come lo sport e la bellezza vadano di pari passo anche se apparentemente sono due argomenti completamente differenti.
Mi presento, sono Antonio Capoduro, spastico dalla nascita, fino all’età di due anni tutti i pediatri, psicologi e psichiatri consultati mi avevano prospettato un futuro in stato vegetativo, incapace di intendere e volere. I miei genitori non hanno mai creduto a questa tesi catastrofica e grazie alla loro tenacia e alla mia caparbiotà e desiderio di superare qualunque ostacolo che la vita mi si presentava di volta in volta; sono riuscito a rendermi autonomo sia fisicamente che economicamente. Sono laureato in scienze dell’informazione, attualmente sono funzionario presso il dipartimento di informatica dell’università di Milano dove sono responsabile del sito dipartimentale e sono orgoglioso di poter essere qui a raccontare perché sport e bellezza generano benessere.
Conosco Giovanni Lodetti da oltre vent’anni, il quale mi ha proposto di collaborare con AIPPS, a cui credo di aver potuto dare il mio contributo, ho portato avanti e credo di continuare a farlo attraverso l’dea che la disabilità non sia una condizione di svantaggio, bensì una sfida che aiuta tutte le persone a vivere meglio ed a guardare la condizione di disagio come una risorsa, perché se ci pensiamo bene, ognuno di noi ha una disabilità intrinseca, altrimenti saremmo tutti uguali. Giovanni mi ha condotto per mano nel mondo della scherma. Cercherò di essere sintetico perché, come detto all’inizio sono in un momento di difficoltà fisica e visiva.
Sono diventato un atleta a livello agonistico, classificato nella categoria C. Il passaggio dall’essere in allenamento con i propri compagni di palestra all’agonismo è complesso perché in palestra vincere o perdere non era fondamentale, nelle gare agonistiche invece si sprigiona il proprio io, l’essere io che si deve battere contro un altro io. Lo scontro basate sulle regole schermistiche diventano un motivo potente di sfida e di stimolo a riuscire a vincere contro il proprio avversario.
Avversari che possono avere caratteristiche e disabilità completamente diverse dalle mie, io avendo distonie faccio molta fatica a tenere il capo nella direzione giusta soprattutto in regime di tensione e questo mi faceva perdere parecchi punti oppure arrivava una distonia al momento dell’affondo e venivi colpito dall’avversario e qui arriva un certo senso di frustrazione e impotenza.
Essere atleti agonisti significa combattere senza perdere la concentrazione, significa capire il punto debole dell’avversario, esattamente come accade nel tennis o negli altri sport uno ad uno. Quando scopri che il punto debole dell’avversario è ad esempio la parata di seconda, allora si è consapevoli di aver trovato un passaggio per affondare il colpo, nel frattempo però l’avversario corre ai ripari e cerca un mio punto debole. Il mio punto debole era la copertura del capo ed avevano campo largo per affondare colpi.
La psicologia legata allo sport e alle sue regole è fondamentale sia a livello agonistico che in regime di esercizio perché aiuta ad affrontare la sfida nel modo più corretto e coerente possibile. La sfida nello sport diventa paradossalmente la sfida nella vita. L’essere stato a contatto con bambini attraverso l’Associazione In Crescita ASD ed ancora prima l’aver portato la scherma nel progetto europeo TR4ST “The rules for sport talents”, che ha potato a redigere la carta etica dello sport, ha fatto maturare in me la consapevolezza che lo sport debba essere uno strumento di crescita, un momento di aggregazione senza barriere, ha portato in me a sviluppare dei modelli di vita basati sulla condivisione di ogni situazione seguendo le regole del gioco. Gioco che può gioia, dolore, rabbia, delusione e frustrazione. La sfida non è vincere sempre, la sfida è partecipare, arricchirsi emotivamente, diventare consapevoli dei propri limiti e superarli, essere consci dei propri punti di forza e sfruttarli cercando di ottimizzare ogni sforzo. La psicologia applicata allo sport è un momento di crescita collettivo, la scherma ha un punto di forza unico ed ineccepibile: chiunque può praticarla. Questa è la potenza della scherma. Il messaggio schermistico può essere visto come uno strumento di vita, di business e di crescita. Quindi lo sport e la sua lettura in chiave psicologico genera benessere.
Ora vorrei fare una piccola considerazione circa le classificazioni della scherma paralimpica, sappiamo che ci sono tre categorie:
- A: atleti con il movimento del tronco pieno e buon equilibrio;
- B: atleti senza movimento delle gambe, ridotta funzionalità del tronco e scarso equilibrio;
- C: atleti con disabilità in tutti e quattro arti.
Ho accennato poco fa alla mia classificazione schermistica da atleta agonista e devo essere sincero, i criteri di classificazioni andrebbero equilibrati meglio, perché molto spesso mi sono trovato a combattere contro avversari che erano classificati come C, ma in realtà erano B. Tutti gli atleti che non rientrano nelle prime due categorie, che sono abbastanza chiare, vengono messi ingiustamente nel calderone C. Capisco sulla necessità di pragmatismo, ma se è vero che possiedo disabilità in tutti e quattro gli arti, ed oltre a questo non possiedo la motricità fine degli arti e del capo, voi capite che manca un pezzo di regolamento. Quindi in molte gare mi sono sentito a disagio a causa di una classificazione incoerente con le mie caratteristiche fisiche, generando frustrazione sportiva. Andrebbero specificate meglio le tre classi di disabilità e finisco facendo notare che nella categoria C non si fa minimamente accenno alla mobilità del tronco.
Sono qui anche in qualità di Presidente dell’Associazione Nazionale Turismo Open che ha come obiettivo principale informare i turisti con disabilità circa il grado di accessibilità delle varie mete e renderli consapevoli delle varie difficoltà in cui vanno a trovarsi quando vanno a visitare la bellezza dei vari luoghi e trovarsi preparate per generare benessere. Faccio due esempi per spiegarmi meglio.
La Chiesa di San Maurizio a Milano è considerata la cappella sistina milanese, anche se è un confronto improbabile, tuttavia per accedere come si fa dal momento che all’ingresso ci sono diversi scalini? Si entra dall’ingresso del museo archeologico adiacente ad essa e qui si trova l’entrata accessibile a persone con disabilità e al suo interno è perfettamente consultabile ed è emozionante vedere l’inaspettata bellezza degli affreschi che si trovano all’interno. Mentre la Cattedrale di Piacenza che ospita al suo interno gli affreschi del Guercino, non è accessibile in nessun modo. E qui subentra il famoso senso di frustrazione espresso in precedenza dal mondo sportivo. Io turista con disabilità non posso godere del benessere generato dalla bellezza del Guercino a causa di barriere architettoniche? E badate bene tutti possono trovarsi in condizioni di disabilità anche temporanea. La bellezza dell’arte, della musica e paesaggistica generano in noi il famoso benessere.
Bene, la Associazione Nazionale Turismo Open intende rendere tutti consapevoli sulle difficoltà a cui si va incontro quando si visitano luoghi di qualsiasi genere.
Da ultimo desidero far presente che il museo della Scherma intitolato al M° Marcello Lodetti, da me proposto a Giovanni intende fare una meravigliosa sinergia tra sport e bellezza all’insegna del benessere.
Grazie a tutti e grazie a Giovanni per avermi dato la voce.